Lo spreco sembra essere la caratteristica della nostra modernità. Siamo una civiltà che “spreca” in modo compulsivo. Siamo continuamente invitati a consumare, ad acquistare anche ciò che non è necessario, a buttare via ciò che non risponde ai canoni di omogeneità e perfezione, nella convinzione che vi saranno sempre – e a prezzi bassi - cibi, acqua, energia e materie prime. La pubblicità, i mass media e, persino, la cattiva politica ci hanno fatto credere che la nostra identità si rivela in quello che possediamo, in quello che compriamo, in quello che consumiamo.

Il nostro modello iper-consumista sono gli Stati Uniti. Tre dati ci aiutano a capire l’insensatezza di questo modo di vivere. Primo dato: solo l’1% di tutto ciò che acquista uno statunitense sopravvive 6 mesi, il restante 99% viene buttato e sostituito. Secondo dato: ogni statunitense riceve oltre 3.000 pubblicità al giorno. Terzo dato: gli Statunitensi sono il 5% della popolazione mondiale, ma consumano il 30% delle risorse naturali e creano il 30% delle scorie.

"Spreco, ergo sum” direbbe oggi Cartesio, ma nessuno può più negare che le risorse sono limitate e noi continuiamo a sprecare senza tenerne conto. La scienza ci dice – già dai primi anni 70 – che dobbiamo fare marcia indietro. Siamo obbligati a rivedere i nostri modelli di consumo, semplicemente perché la limitatezza delle risorse rende insostenibile lo stile di vita occidentale.

La civiltà dello spreco ha molte facce: dal cibo all’acqua, dai trasporti alle abitazioni, dalle materie prime all’energia.
Lo spreco del cibo. I dati relativi allo sperpero alimentare ci dicono che più di 4 mila tonnellate di prodotti alimentari acquistati dagli italiani sono gettati ogni giorno nelle discariche, 6 milioni ogni anno. Gli sprechi di una famiglia del Nord Europa sono ancora maggiori e si attestano attorno al 30% circa, negli Stati Uniti si arriva addirittura al 40%. Per cercare di porre rimedio a questo scempio è partita la campagna “Un anno contro lo spreco”; ideata dal preside della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, prof. Andrea Segrè, e promossa da Last Minute Market con il patrocinio del Parlamento europeo, l'iniziativa cerca di limitare gli sprechi alimentari in Italia.  Nel nostro Paese sprechiamo una quantità di alimenti sufficiente a sfamare tre quarti della popolazione: alimenti intatti, scatole mezze piene, generi alimentari confezionati sui quali si è poi cambiato idea.  Accanto agli sperperi diffusi ci sono gli esempi virtuosi. La Fondazione del Banco Alimentare da anni si fa carico di prendere in consegna alimenti di prossima scadenza (seppur sani e controllati) per poi offrirli alle realtà assistenziali.  Sprecare cibo significa, inoltre, produrre un danno ambientale ed ecologico: cibo e alimenti confezionati gettati (quindi bottiglie, scatolame, buste, plastica ecc.) fanno, infatti, aumentare le enormi giacenze di rifiuti da smaltire. Produrre cibo significa usare acqua, aria, territorio, lavoro e se il prodotto finale non viene utilizzato da nessuno il consumo alla fonte è inutile, e soprattutto dannoso, perché comporta dispendio di elementi preziosi, emissione di Co2 e perdita di denaro. L'Europa finanzia produzioni agricole in eccesso, slegate dalla richiesta del mercato, e poi rifinanzia gli stessi produttori per non raccogliere o non vendere quanto maturato. 
Lo spreco dell’acqua. Per l’Oms il minimo necessario per garantire la vita sono 50 litri al giorno per persona, ma in Africa ce n’è meno della metà, 20 litri scarsi. In Italia usiamo mediamente 186 litri al giorno (record in Europa), ma molto al di sotto dei consumi nordamericani. Le ragioni dello spreco idrico? Si comincia con le perdite degli acquedotti, che arrivano fino al 30% dell'acqua trasportata; c'è poi l’agricoltura che consuma il 70% dell’acqua, spesso con coltivazioni poco efficienti: per 1 kg di grano servono 1.300 litri di acqua, ma ben 3.400 per 1 kg di riso e quasi 16.000 per 1 kg di carne rossa (oltre 10 volte); adottando la dieta mediterranea potremmo avere un 30% di risparmio idrico rispetto alla dieta carnea nordamericana. I nostri balconi e le attività domestiche spesso richiedono acqua che si potrebbe risparmiare (ad esempio riciclando acque residue del lavaggio dei vegetali). Infine, le centrali nucleari hanno bisogno di enormi quantità di acqua per raffreddare i reattori.