Perché c’è malnutrizione? La risposta a questa domanda potrebbe non essere in linea con le metodologie proposte dalla Fao e dall’Oms per il monitoraggio alimentare e nutrizionale. Da diversi anni, infatti, i biologi hanno iniziato ad affrontare il problema delle strategie adattative dell’uomo rispetto alle variazioni degli apporti alimentari, in particolare di quelli energetici. Si tratta di definire le modalità per le quali l’uomo – e gli animali adulti in genere – riesce a mantenere costante il suo peso e la sua composizione corporea nonostante apporti energetici non costanti (dal 16 al 25%), e spese energetiche assai variabili (dal 10 al 15%), elementi che, in alcuni casi, indicherebbero una condizione di malnutrizione.
Il fatto che il peso risulti comunque costante – almeno fino a quando non si verificano situazioni di profondo squilibrio tra apporti e spese energetiche – sembra implicare l’esistenza di un processo di autoregolazione del peso, grazie al quale eventuali eccessi o deficit energetici temporanei non vanno ad incidere sul peso e sulla composizione corporea. Un dato costante delle varie inchieste che si sono svolte sulla popolazione del Benin - piccolo Paese dell'Africa occidentale - è stato il forte sottopeso in rapporto alla statura dei bambini al di sotto dei 12 anni ed i ritardi della statura in rapporto all’età. La variabilità del peso non è mai, comunque, apparsa legata alle disponibilità economiche ed alimentari delle famiglie cui appartenevano i bambini – come conferma anche l’ultimo studio compiuto dal prof. Massimo Cresta et al. (1994).

D’altra parte, in una popolazione come quella beninese che lavora, che si riproduce (anche in abbondanza) e che, pertanto, presenterebbe una fitness biologica buona è presente un sottopeso generalizzato. Sembra, quindi, ragionevole ipotizzare che le “anomalie” antropometriche rilevate nei bambini e negli adulti non siano determinate soltanto da insufficienze energetiche ma siano favoriti e mantenute anche da altri fattori, tra cui i sistemi di adattamento ad un ambiente con scarse risorse energetiche (Sukhatme e Margen, 1982; Cresta, 1985).  Quando le "entrate" superano i bisogni, intervengono adattamenti che fanno ricorso in larga parte alla termogenesi alimentare, ossia ad un’extra-produzione di calorie in seguito all’ingestione di cibo. Con questo meccanismo l’organismo tende a regolare l’omeostasi energetica in modo che apporti che superino i bisogni non siano immagazzinati sotto forma di grasso ma siano utilizzati sotto forma di un cosiddetto “consumo di lusso” raggiungendo in tal modo il mantenimento delle condizioni di equilibrio del peso corporeo rispetto alla variabilità per eccesso degli apporti energetici. Quando, invece, la dieta  non copre i fabbisogni energetici – come potrebbe trattarsi nel caso del Benin, oggetto del nostro studio – vi sono tre meccanismi a cui è possibile fare ricorso (Waterlow, 1986): la riduzione della massa attiva, la riduzione del metabolismo basale , l’aumento dell’efficienza metabolica nei riguardi dell’energia assunta con gli alimenti.
Per quanto riguarda il primo meccanismo, esso porterebbe un vantaggio agli individui di piccola massa corporea in quanto, con una ridotta dimensione della massa, diminuisce anche il metabolismo basale che rappresenta il 50-60% del bisogno energetico giornaliero in condizioni di riposo. Da questa considerazione si comprende come non sia priva di giustificazione biologica una eventuale strategia a livello delle popolazioni con scarse disponibilità alimentari che rallenti l’accrescimento degli individui in età evolutiva, migliorando in tal modo l’equilibrio tra bisogni energetici espressi dalla massa corporea totale delle popolazioni e ambiente alimentare. In Perù (Frisancho et al., 1973) si è potuto evidenziare che nelle famiglie di basso livello socio-economico i bambini nati da genitori con piccole dimensioni corporee hanno anche una maggiore probabilità di sopravvivere rispetto a quelli nati da genitori con dimensioni corporee maggiori. Alle stesse conclusioni sono pervenuti Balam e Gurri (1994) in uno studio effettuato in Messico nel quale hanno potuto dimostrare come i bambini di statura più elevata risultino più esposti al rischio di malnutrizione di quanto non lo siano i loro coetanei di piccola statura.