Gli Ogm, sigla per organismi geneticamente modificati, secondo molti agronomi e biologi, sono una risposta scientificamente arretrata e politicamente pericolosissima alla crisi dell’agricoltura industriale dei nostri tempi.

Gli Ogm si riducono oggi a 4 specie vegetali: soia, mais, cotone e colza; la soia attualmente coltivata è praticamente quasi tutta geneticamente modificata e destinata all’esportazione per l’alimentazione animale; il Paraguay ha introdotto colture Ogm dal 2004: in due soli anni la soia è diventata l’unico prodotto per l’esportazione, creando un pericoloso sistema di monocoltura che potrebbe mettere in ginocchio l’economia del Paese in caso di fluttuazione dei prezzi di quell’unico bene prodotto.

In Italia, al contrario di altri Paesi, l'agricoltura è piuttosto diversificata e le nostre esportazioni vedono tre prodotti che insieme appena superano il 25% (vino 15%, pasta 6%, conserva di pomodoro 5%).

Le colture Ogm stanno espandendosi pericolosamente in almeno due continenti, in meno di 10 anni si è passati da 1.7 a 90 milioni di ettari di coltivazioni Ogm, il 98% delle quali in 7 Paesi – Usa, Canada, Brasile, Argentina, Paraguay, India e Cina.

Naturalmente, bisogna rispondere in modo convincente alla domanda che molti, giustamente, pongono: gli Ogm possono ridurre la fame nel mondo? Al momento attuale, sembra proprio di no, perché negli oltre 70 Paesi con almeno il 10% di popolazione sottonutrita essi non sono presenti; gli Ogm sicuramente hanno aumentato le rese di mais nell’agricoltura industrializzata Usa; la maggior parte dei benefici economici provenienti dagli Ogm sono a favore delle agricolture statunitensi e argentine, mentre la stragrande maggioranza dei contadini che usano Ogm sono cinesi e indiani.