La colesterolemia totale è un indice poco attendibile di rischio cardiovascolare, comunque si collochi il suo valore massimo. Trova ancora largo impiego, perché si dà per scontato che tutti abbiano il valore Hdl (colesterolo buono) basso; il rischio cardiovascolare, però, non nasce da una colesterolemia totale alta, ma da un alto rapporto tra questa e l’Hdl. La paura della malattia chiamata "ipercolesterolemia", nonostante queste chiare evidenze scientifiche, è diventata nel giro di pochi anni una delle principali preoccupazioni di milioni di occidentali. Per chi produce e vende medicine la diffusione di tale paura ha fruttato ingenti guadagni: diverse nazioni negli ultimi anni hanno speso di più per i farmaci anticolesterolo che per ogni altro genere di medicinali con obbligo di ricetta medica. Nel loro insieme, oggi questi farmaci generano introiti di oltre 25 miliardi di dollari all'anno per i loro produttori (la Bayer tedesca, l’anglo-svedese Astra Zeneca e la statunitense Pfizer). In realtà, come abbiamo visto, il colesterolo è una molecola essenziale, un elemento indispensabile per vivere.  Effettivamente molte persone con un elevato livello di colesterolo nel sangue hanno un rischio maggiore di ictus cerebrali e attacchi cardiaci. Però, la medicina basata sulle evidenze dice una cosa più importante: avere il colesterolo alto è solo uno dei tanti fattori che influiscono sulle probabilità di sviluppare disturbi cardiaci insieme a ipertensione, diabete, obesità, fumo, familiarità.  
Secondo molti specialisti della prevenzione i nuovi farmaci che abbassano il colesterolo – le famose statine – hanno un senso solo nei casi di persone che abbiano già avuto disturbi cardiaci; per la maggioranza delle persone sane esistono 3 provvedimenti molto più economici, sicuri ed efficaci: migliorare la propria dieta, fare più movimento e smettere di fumare.   
La definizione di ipercolesterolemia - l'abbiamo visto -  viene periodicamente rivista. Sembra interessante notare - come nel caso dell’ipertensione e della iperglicemia - quanto la condizione di "colesterolo alto” sia stata progressivamente ampliata per poter classificare come malate un numero sempre maggiore di persone sane.

Secondo i National Institutes of Health (Istituti Nazionali per la Salute) negli anni '90, 13 milioni di statunitensi avrebbero avuto bisogno di essere curati con le statine. Nel 2001 un altro comitato di esperti ha riformulato le linee guida facendo salire tale numero a 36 milioni, peccato che 5 dei 14 autori di questa nuova indicazione, compreso il presidente della commissione, avessero legami finanziari con i produttori di statine. Nel 2004 un nuovo comitato di esperti ha ulteriormente aggiornato le direttive, sottolineando che, accanto all'importanza di cambiare lo stile di vita, più di 40 milioni di statunitensi avrebbero potuto trarre beneficio dall'assunzione di farmaci: stavolta tutti gli esperti tranne uno,  8 su 9,  lavoravano anche come relatori, consulenti o ricercatori per le maggiori case farmaceutiche mondiali (per approfondire l’argomento “Farmaci che ammalano e case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti “ di R.Moynihan e A.Cassels)
P.S. Nel 2001 la Bayer ha ritirato dal commercio la cerivastatina – nome commerciale Lipobay/Baycol – dopo oltre 50 morti per rabdomiolisi. All'inizio del 2008 è stata resa pubblicata una ricerca del 2006, condotta e finanziata dai produttori di due farmaci anticolesterolo, l'ezetimibe che ne inibisce l'assorbimento intestinale e la simvastatina che ne riduce la produzione nel fegato (associati con il nome commerciale Inegy). Lo studio ha dimostrato che i due farmaci abbassano effettivamente il livello di colesterolo presente nel sangue, ma non riducono il rischio di infarto.