In questi ultimi giorni di maggio due notizie hanno colpito la nostra attenzione. La prima riguarda il pericolo di non avere più nei prossimi anni antibiotici efficaci. Se ciò effettivamente accadrà, il rapporto Review on antimicrobial resistance commissionato dal Governo britannico, prevede nel 2050 dieci milioni di morti legati alla resistenza agli antibiotici, una cifra superiore ai decessi provocati da tutti i tipi di cancro. L’altra notizia – riportata all’interno della puntata del programma di Rai Tre Report del 29 maggio - è che gli allevamenti intensivi degli animali di cui ci nutriamo ricevono il 70% degli antibiotici prodotti nel mondo. Il collegamento delle due notizie sta nel fatto che gli antibiotici per animali ed esseri umani sono gli stessi; quando si mangiano carni così trattate, rischiamo di vanificare l’efficacia degli antibiotici attualmente disponibili e si possono selezionare batteri resistenti a qualsiasi terapia, con conseguenze facilmente immaginabili. Dopo la notizia di qualche mese fa sull’aumento del rischio di tumore del colon-retto legato ad un uso eccessivo di carni insaccate, questi dati ci inducono a riflettere su quanto sia ancora sostenibile per la salute – nostra e del pianeta – l’attuale consumo di carne. Dobbiamo mangiare meno carne, ma soprattutto dobbiamo scegliere carni di qualità, da allevamenti controllati e sicuri. L’eccessivo consumo di carni rientra nel più generale modello di alimentazione ipercalorica e iperproteica. Introduciamo grosso modo il doppio delle proteine necessarie ai nostri fabbisogni. Sono, infatti, sufficienti 0,8 grammi di proteine per chilogrammo di peso (60-70 g di proteine in una persona di altezza media): tutto il resto viene trasformato in energia con affaticamento epatico e renale. Oltre all’eccesso proteico la nostra alimentazione si caratterizza per l’eccesso di proteine animali su quelle vegetali; pochi italiani consumano porzioni adeguate di legumi e frutta secca, ottime fonti di proteine vegetali, il cui consumo si riduce quasi esclusivamente ai cereali, spesso raffinati e quindi con profilo proteico non ottimale. Il terzo eccesso riguarda la ripartizione delle proteine animali; una volta ridotto l’apporto proteico totale e una volta introdotto quantità opportune di proteine vegetali, dovremmo ribaltare la frequenza dei consumi di carni e dei prodotti del mare. I consumi di carne (bianca, rossa e conservata) andrebbero ridotti a 3, massimo 4, porzioni settimanali; il consumo di pesce e prodotti ittici dovrebbe salire ad almeno 3 volte la settimana. Le 3-4 porzioni di carne, infine, andrebbero acquistate scegliendo nel territorio produttori che diano garanzie di sistemi di allevamento rispettose della salute degli animali. Rispetto a quest’ultimo punto sarebbe bene che si parlasse un po’ di più del Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), il più importante accordo internazionale degli ultimi 50 anni sul commercio tra Unione Europea e Stati Uniti. Nella più assoluta segretezza, violata solo dalla pubblicazione da parte di Greenpeace di documenti destinati a restare nascosti al pubblico, si sta cercando di indebolire le norme riguardanti la sicurezza nel settore alimentare e agricolo, compreso l’uso di antibiotici su larga scala per favorire l’aumento di peso degli animali da macello, pratica legale negli Usa e in Canada, ma vietata in Europa. Se passa questo accordo, mangiare sano sarà ancora più difficile e trasmissioni coraggiose come Report saranno inutili, perché verrà legalizzato tutto quello che oggi ci scandalizza e ci indigna. (6-2016)