Da poche settimane è entrata in vigore la nuova normativa europea sulle etichette nutrizionali. Vediamo che cosa cambia per il consumatore e, soprattutto, come leggere queste indicazioni. In linea di massima, le nuove etichette dovrebbero favorire i prodotti di qualità: chi utilizza solo materie prime di valore ha tutto l’interesse a elencarne le proprietà nutrizionali, rispetto ai concorrenti di minor pregio. Un esempio che ci interessa molto a livello locale riguarda l’olio di oliva. Con le nuove etichette sarà importante riconoscere la dicitura "olio extra vergine di oliva di prima spremitura ", che descrive e valorizza un preciso metodo di produzione e una specifica caratteristica del prodotto finito; che scriverà solo "olio di oliva" presenta, invece, un prodotto meno valido dal punto di vista nutrizionale. Ancora sui grassi, non sarà più possibile ingannare il consumatore con definizioni generiche quali “oli vegetali” o “grassi vegetali”: se si utilizzano oli o grassi tropicali a basso costo (come l’olio di palma e di palmisto o l’olio di cocco), bisognerà specificarlo.                             Altra novità, nelle nuove etichette gli ingredienti vanno elencati per ordine decrescente di quantità, a partire da quello più abbondante. Se siamo davanti ad uno scaffale e stiamo valutando due prodotti simili (ad esempio, delle fette biscottate o dei cracker), meglio scegliere quello che presenta maggiori percentuali di nutrienti “salutari” – come le fibre - e minori valori di nutrienti “poco salutari”, come i grassi saturi, gli zuccheri semplici, il sale o il sodio e tutti gli additivi chimici.                                                                                                                                                                                   Anche per le carni le nuove etichette permettono scelte più consapevoli. Finalmente troveremo in etichetta luogo di allevamento e di macellazione di carni suine e pollame, mentre prime l’indicazione di origine era obbligatoria solo per le carni bovine, a seguito dell’emergenza mucca pazza di qualche anno fa. Per il pesce nessuna novità, dato che le zone di pesca sono già indicate da diversi anni; ricordiamo solo che ogni banco del pescato dovrebbe riportare la denominazione della specie ittica in italiano (per esempio, sardine), il metodo di produzione (pescato o allevato) e la provenienza: la nazione per il prodotto allevato, altrimenti il luogo di pesca (37 indica un prodotto pescato nel Mediterraneo). In generale tutte le confezioni dovranno riportare - espresso per 100 grammi di prodotto ed eventualmente per porzione - il valore energetico complessivo (ossia le Calorie), il contenuto di proteine, di grassi, carboidrati, fibre, vitamine e sale presenti nel prodotto. Per la piccola percentuale di Italiani che soffre di allergie alimentari, le nuove etichette dovranno indicare con caratteri evidenti gli ingredienti a rischio allergie.                                                                                                                         Un’ultima osservazione sull’importanza delle etichette. L’Italia da anni è il primo produttore europeo di riso di qualità, ma produrre riso “buono, giusto e pulito” - come dice Slow-Food - ha i suoi costi; quello che fino al mese scorso spesso trovavamo sugli scaffali senza alcuna indicazione d’origine era riso cambogiano; si tratta di un riso che ha viaggia per settimane o mesi, spesso contiene residui di pesticidi vietati in Italia ed arriva sul mercato a costi irrisori, per le misere paghe dei lavoratori asiatici; da dicembre, per fortuna, sapremo la provenienza del riso – cambogiano o italiano – e potremo fare la nostra scelta, qualunque essa sia, con più criterio. Per chi volesse approfondire l’argomento il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria ha preparato una guida on-line molto ben fatta e di facile consultazione, pensata per i consumatori. (1-2017)